Brexit, cosa sta succedendo dopo l’accordo con Bruxelles

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L’approvazione finale della Brexit entra nel vivo, anche se il quadro è tutt’altro che chiaro. L’accordo raggiunto “in extremis” tra Londra e Bruxelles pochi giorni fa, per avere validità legale, necessita ancora dell’approvazione del Parlamento europeo e del Parlamento britannico, dove è tutt’altro che scontato che ottenga il via libera. Riassumiamo le date più importanti e i possibili scenari che potrebbero profilarsi per la Brexit.

Le date più importanti

  • 11 dicembre 2018: è il giorno in cui l’accordo sarà votato dal Parlamento del Regno Unito. Il primo ministro Theresa May deve ottenere almeno 320 voti a favore sui 639 deputati totali.
  • Dicembre 2018: non c’è una data definita per quando il Parlamento europeo deve presentare, per approvazione, una risoluzione politica sull’accordo e la dichiarazione sulle future relazioni tra il Regno Unito e l’UE.
  • Gennaio-Febbraio 2019: anche l’Eurocamera deve votare l’accordo e la dichiarazione politica precedentemente votata dal Parlamento europeo.
  • 29 marzo 2019: è la data in cui il Regno Unito dovrebbe lasciare ufficialmente l’Unione europea, con la contestuale entrate in vigore delle condizioni del cosiddetto “periodo transitorio“, che dovrebbero restare in vigore fino al 31 dicembre 2020. Dopodiché, entrambi i blocchi negozieranno la relazione che manterranno a partire dal 2021.
  • 1° luglio 2020: scatta il termine per il Regno Unito richiedere un’estensione del periodo di transizione all’UE. In linea di principio, l’estensione sarebbe fino al 1 gennaio 2023.

Gli scenari possibili

Nel frattempo, si fanno sempre più insistenti i rumors secondo cui il Parlamento britannico potrebbe bloccare l’accordo raggiunto tra Londra e Bruxelles. E, oltre all’opposizione, Theresa May deve fare i conti anche con le critiche che vengono dal suo partito (quello dei Tories conservatori), secondo cui Londra avrebbe fatto troppe concessioni all’Europa. Le autorità europee, dal canto loro, insistono sul fatto che l’accordo raggiunto è “il migliore e l’unico possibile”.

E cosa succederà se il documento non dovesse ottenere l’approvazione? Ci sono diverse possibilità, ognuna comporta delle controindicazioni:

  • Si ripete il ​​voto in Parlamento. Una delle possibilità è che il Parlamento britannico sottoponga di nuovo al voto l’accordo Brexit. Se l’11 dicembre il documento non riceve il via libera, potrebbero essere apportate alcune modifiche nel testo per cercare di convincere alcuni deputati a votare a favore. Tuttavia, questa rotta causerebbe un ritardo nell’avvio della Brexit, la cui attivazione è prevista per il 29 marzo.
  • Raggiungere un accordo simile a quello della Norvegia. Un altro scenario è che Londra e Bruxelles raggiungano un accordo simile a quello che attualmente l’UE ha con il Paese scandinavo, che pur non essendo parte dell’Unione, ha accesso al mercato comune aderendo allo Spazio economico europeo. Cioè, non appartiene all’unione economica, ma a quella politica. Ma questa via appare complicata: la Norvegia, per esempio, deve rispettare una buona parte della legislazione dell’UE, compresa la libera circolazione delle persone, che sembra difficile un punto difficile da accettare per la Gran Bretagna.
  • Sottoporre May a una mozione di sfiducia. Il risultato negativo del voto potrebbe finire con una mozione di sfiducia per il primo ministro britannico. A tal fine, sarebbe necessario avere il sostegno di almeno il 15% dei membri del partito conservatore (48) che non sono favorevoli al documento concordato.
  • Elezioni anticipate. Non è un’ipotesi da escludere per il Regno Unito, le cui ultime elezioni (tenutesi a giugno 2017) hanno dato la vittoria ai “Tories” guidati da Theresa May. Il partito, tuttavia, ha perso la rappresentanza nella Camera dei Comuni. Il Paese avrebbe bisogno dell’approvazione del Vecchio Continente per estendere i negoziati sulla Brexit.
  • Un secondo referendum. È una delle alternative meno probabili: lo svolgimento di un nuovo referendum sulla Brexit, un’opzione che avrebbe anche bisogno del sostegno di Bruxelles ipotizzando un’estensione dei negoziati. Ricordiamo che il referendum svoltosi a giugno 2016 era stato molto serrato, e che molti cittadini britannici si sono pentiti del loro voto a favore dell’abbandono del quadro comune, sostenendo che non sapevano al momento le conseguenze che avrebbe comportato la Brexit su commercio, investimenti o persone.

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