Quant’è il costo annuale della Tari? Nel 2018 è stato di quasi 10 miliardi

L’Osservatorio sulle tasse locali di Confcommercio ha dipinto un quadro poco incoraggiante sul fronte Tari, la tassa sui rifiuti. Vediamo i principali dati emersi dall’analisi.

Anche per il 2018, l’Osservatorio sulle tasse locali di Confcommercio ha fotografato andamenti allarmanti sia riguardo ai costi che al livello offerto di servizi. I dati registrano incrementi generalizzati della Tari sulla totalità dei capoluoghi di provincia. Un trend che porta a stimare l’ammontare complessivo della Tari per il 2018 a 9,5 miliardi di euro. Negli ultimi otto anni, la tassa sui rifiuti è cresciuta del 76% corrispondente a un incremento complessivo di +4,1 miliardi di euro.

L’Osservatorio ha evidenziato che si tratta di un dato ancor più preoccupante, quello registrato nell’ultimo anno, considerando che proprio il 2018 avrebbe dovuto rappresentare una svolta. Dal 1° gennaio 2018, infatti, secondo il comma 653 dell’art. 1della Legge n. 147 del 2013, i comuni avrebbero dovuto avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard nella determinazione dei costi relativi al servizio di smaltimento dei rifiuti. I costi del servizio inseriti nel piano finanziario rappresentano il principale fattore che determina poi le tariffe pagate dalle diverse utenze domestiche e non domestiche. L’aumento crescente dei costi di gestione dei rifiuti dimostra come nella tassazione continuino a permanere voci di costo improprie a copertura di inefficienze locali di gestione.

Confrontando i costi del servizio Tari e i fabbisogni standard definiti sul sito “OpenCivitas”, si evidenza come quasi tutte le regioni (considerando la media tra i capoluoghi di provincia) si discostino in misura evidente con picchi che superano il 25% in Regioni come la Lombardia, la Liguria, la Calabria, il Piemonte e la Basilicata. Bisogna anche considerare poi che il dato è parziale in quanto per le Regioni a statuto speciale non è disponibile il dato sui fabbisogni. La variabilità delle tariffe sui territori e l’incremento tendenziale dei costi per il servizio di gestione dei rifiuti è determinato prioritariamente dall’ammontare, spesso eccessivo, dei piani finanziari dei Comuni.

Lo scostamento tra la spesa reale 2018 (calcolata come somma delle Tari di tutti i capoluoghi di provincia) e il livello di fabbisogni standard è quantificabile in 438.907.201 euro, stima effettuata includendo anche i capoluoghi di provincia delle Regioni a statuto speciale per le quali non esistono dati sui fabbisogni standard. Per tali comuni si è preso in considerazione la media nazionale per abitante di scostamento.

Anche il costo medio pro-capite è generalmente aumentato rispetto al 2017 con percentuali di rilievo del 7% nel Lazio e dell’8% in Umbria e Lombardia. La Tari pro-capite più elevata è nel Lazio (261 euro), la più bassa in Molise (130 euro); a fronte di costi sempre più alti, calano livello e quantità dei servizi offerti dalle amministrazioni locali: solo 5 Regioni (Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte e Veneto) si collocano sopra il livello di sufficienza; nonostante ciò, a quasi tutte le categorie merceologiche si continuano ad applicare coefficienti tariffari in crescita.

Tra le attività che pagano di più, ortofrutta, fiorai e pescherie (24,3 euro al mq); i maggiori aumenti per discoteche, ristoranti, negozi di abbigliamento, librerie.

Alla luce di questi risultati, Confcommercio auspica che la nuova Arera, Autorità dell’energia elettrica e del gas che ha assorbito le competenze di regolazione e controllo sul ciclo dei rifiuti urbani, possa intraprendere un dialogo costruttivo con gli operatori e le associazioni imprenditoriali per avviare una riforma complessiva della fiscalità locale legata alla gestione dei rifiuti.

Per Patrizia Di Dio, membro di Giunta di Confcommercio con delega all’ambiente, la proposta è quella di “avviare con urgenza azioni concrete affinché si limiti la libertà fino ad ora concessa ai Comuni di poter determinare il costo dei piani finanziari includendo voci di costo improprie, come i costi del personale, vincolando gli enti locali al rispetto di norme di legge come quella che li obbliga a tenere conto dei fabbisogni. Un servizio efficiente di raccolta e gestione dei rifiuti urbani non può che portare benefici all’ambiente, ma anche a quell’irrinunciabile esigenza di decoro, di immagine e di igiene pubblica che dovrebbe caratterizzare normalmente le nostre città. Invece, da anni, registriamo situazioni critiche specialmente in molte città del Sud. Pretendere un servizio adeguato non è solo un’azione a tutela delle imprese, ma anche e soprattutto un’azione a tutela di tutti i cittadini e della loro salute. Una città libera dai rifiuti, decorosa e pulita non può che accrescere quel senso civico che invece si sta perdendo e che rischia di alimentare una pericolosissima deriva culturale”.

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